Le recensioni di Francesco

                                La nostra storia

Hector Abad Faciolince è uno scrittore colombiano, nato a Medellin. Ha tradotto in spagnolo molti autori italiani: Eco, Bufalino, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Calvino. Ha vissuto 10 anni in Italia, ma soprattutto è l’autore di un libro: “El olvido que seremos” (L’oblio che saremo), nel quale racconta la storia del padre, Héctor Abad Gómez, medico, professore dell’Università e presidente del Comitato per i Diritti Umani, assassinato a Medellin il 25 agosto 1987.
La nostra storia è un riuscito adattamento del libro, trasportando lo spettatore nella Colombia degli anni ’70 e ’80, intrisa di violenza e di povertà. Il film si apre sulla Torino degli anni ’80, dove lo scrittore studiava lettere e dove si è poi laureato. Il lavoro espone la storia di Hector Abad Gomez attraverso dei salti temporali che vanno dal 1971 fino ad arrivare al 1987. È come se una navetta ci portasse avanti e indietro nella storia della Colombia, vista dal particolare occhio di un bambino. Sguardo attento a quanto succede in famiglia, ma che invece guarda al mondo esterno con la inconsapevolezza dei piccoli, mediato dalla figura del padre che lo porta a vedere le incongruenze del reale.

Piuttosto interessante l’uso del colore, utilizzato per raccontare il passato, mentre per i periodi più recenti viene utilizzato il bianco e nero. In questo senso il film rappresenta una innovazione dal punto di vista del linguaggio cinematografico. Normalmente il passato viene raccontato in bianco e nero e il presente a colori.
Questa inversione degli stilemi estetici rappresenta un viaggio metaforico nel ricordo e nella sua esposizione. Il passato vissuto da un bambino è mitologico e pieno di colori e così viene rappresentato, ma poi il passare del tempo e la scoperta della brutalità della realtà, toglie lentamente i colori ai ricordi e rimane solamente il bianco e nero. La società colombiana degli anni ’70 è un paese dove ancora sembra allignare la speranza e la voglia di intervenire sul presente, ma poi la violenza e la sopraffazione annacquano sempre più le vaste gamme dell’iride per addomesticarle all’ineluttabilità del reale.

Alcuni hanno ritenuto il film troppo agiografico, una rappresentazione troppo perfetta di una persona che pare essere programmaticamente buona e non avere alcun difetto. Ma anche qui si dimentica quale sia il punto di vista attraverso il quale viene raccontata la storia: quello del bambino prima e del figlio dopo, che ha una immagine eroica del padre, immune da difetti. Anche la famiglia nella quale si muovono i protagonisti è una famiglia priva di conflitti, dove le quattro figlie del medico crescono in un clima liberale, molto diverso da quello che incombe sulla società. Una famiglia dove l’affetto reciproco si respira. Anche qui non bisogna farsi ingannare da ciò che sembra essere idilliaco, ma è la rappresentazione dei ricordi del narratore, che minimizza magari i momenti difficili, per enfatizzare quelli che ricorda come i giorni felici.
Il libro dal quale è tratto La nostra storia cerca di sottrarre dall’oblio la vita del padre, così come per molte persone che hanno perso la vita per difendere dei principi. In questo senso il film ha lo scopo di segnare la differenza fra memoria e rimpianto. Nel postmoderno esiste il rimpianto per il tempo che fu, ma non si coltiva il ricordo. E difendendo il ricordo ci si vuole opporre all’idea che la realtà sia sempre stata quella che è oggi. L’autore del libro Hector Abad Faciolince e il regista del film, Fernando Trueba intendono far sapere che la Colombia in passato ha tentato di rialzarsi dalla sua povertà, grazie a tante persone che hanno cercato strade diverse. Per quanto riguarda chi scrive, questo film ha rappresentato il tentativo di costruire una narrazione diversa di quel paese, che conosciamo soprattutto tramite dei luoghi comuni. È vero, forse è un po’ ingenuo, forse è troppo agiografico, magari è un po’ schematico, ma è un film che racconta le viscere di un paese, ne racconta il sangue e il sudore, cercando di mostrare la parte migliore del popolo che lo vive.

                     La profezia dell’armadillo

La profezia dell’armadillo (il fumetto)  esce nel 2011 e in pochissimo tempo riscuote grande successo tanto che viene ristampato cinque volte. Il perché è semplicissimo: si ride subito moltissimo ma tutto inizia con la Morte, quella di Camille, primo amore di Zero. Capiamo presto che siamo di fronte a dei contenuti complessi e non ad una superficie piatta di bei disegni. Un immaginario nuovo, diversi piani di lettura  che si accavallano elegantemente uno sopra l’altro mentre ridiamo e ci liberiamo. Sul piano del linguaggio Zerocalcare è abilissimo e guai a lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità di quello figurativo: i disegni non sono arzigogolati ma comunque incredibilmente carichi di espressività, frutti della mente di un fumettista che mette su carta un mondo pieno di bizzarri personaggi. C’è l’Armadillo, amico immaginario del ragazzo, ci sono i centri sociali, la periferia, la casa disordinata, i plum cake. C’è il migliore amico Secco, giocatore seriale di poker online, l’amico sessuomane Cinghiale, la madre di Zero che ha le fattezze di Lady Cocca, celebre dama di compagnia della Lady Marian Disney. C’è Blanka, ragazzino a cui Zero fa ripetizioni, di cui si sente mentore e presuntuoso salvatore. Bisogna guardare I Cavalieri dello Zodiaco e non Yu-Gi-Oh, L’odio e non Romanzo Criminale. Quelli erano tempi, non questi…Quella di Zero è una generazione nostalgica e quindi inevitabilmente un po’ immobile, poco dinamica, facile all’imbrutimento. Lo sfondo è Roma, città statica per eccellenza, museo formicolante. E a Rebibbia, dove il fumettista è cresciuto è nascosto, ancora una volta cristallizzato, giace lo scheletro di un Mammuthus. C’è molto nel fumetto di Zero Calcare, e fra tutti La profezia dell’armadillo è sicuramente uno dei migliori, per l’accordo della storia principale, la morte di Camille, con le vignette della quotidianità. Scaringi riesce nell’impresa di trasporre cinematograficamente i due piani del fumetto, aiutato da Simone Liberati nei panni di Zero Calcare, dal bravo Pietro Castellitto in quelli di Secco, e da un bellissimo Armadillo, debitore dell’interpretazione di Valerio Aprea. Ma il vero merito di Scaringi, è quello di non tradire le sfumature di questo fumetto complesso. Il vero rischio non era perdere qualche personaggio o di non ritrovare la vignetta amata.  Era quello di perdere l’intento profondo, la voce dell’artista, l’aria che si respira fra le sue pagine, un’aria malinconica ma potente e mai volta all’autocommiserazione. Sì, forse il film di Scaringi, al contrario dell’opera da cui è tratto, soffre di un’oggettiva mancanza di forza, di un’incapacità di imprimersi nel tempo che verrà. Ma c’è lo spirito e un pezzo del cuore de La profezia. E Scaringi ci piace anche solo per non aver tralasciato un evento fondamentale nel fumetto: Genova e il G8, costante che ritorna sempre nell’opera del fumettista. La Genova dove Zero e Secco vengono picchiati dalla forestale, dove è morto un ragazzo segnando un vero e proprio punto di non ritorno. Senza dimenticare una gustosa e ironica presenza di Adriano Panatta nella parte di sé stesso.

Un figlio

                                       Un figlio

                                                di Mehdi M. Barsaoui – 96 minuti                                            – Tunisia – Francia – Libano – Qatar E’ in uscita nelle sale italiane il 21 Aprile 2022, “Il Figlio” dell’esordiente regista tunisino Mehdi M. Barsaoui. Il lavoro è stato realizzato nel 2019 ma esce nelle sale italiane solamente adesso. Il film ha ricevuto varie nomination, vincendo al Festival di Venezia del 2019 il Premio Orizzonti per il miglior attore a Sami Bouajila,che viene premiato sempre come miglior attore ai Cesar del 2021 e ai Lumiere Awards del 2021. Barsaoui sceglie di raccontare una storia incastonata nelle contraddizioni della Tunisia, riflettendo sul concetto di modernità e di tradizione. Il Figlio si apre su un incontro fra amici, dove le donne fumano e bevono e si raccontano barzellette. Il regista sviluppa il racconto come una dramma borghese, dove il protagonista non solo non ostacola la carriera della moglie, ma anzi la sostiene nel suo percorso. Fin da subito il regista ci mostra persone che sono a loro agio nel proprio mondo. Ma questa armonia viene interrotta dal grave ferimento del figlio. Questo incidente obbliga la coppia a ripensarsi e ad affrontare delle verità che erano state nascoste. Barsaoui, in alcuni momenti, sembra essere attratto dall’estetica cinematografica del maestro iraniano Asghar Farhadi (Una separazione) e utilizza con maestria le ellissi e lo schermo nero per separare gli snodi narrativi. Barsaoui data il suo film fra l’agosto e il settembre del 2011, che è un periodo importante nella recente storia della Tunisia. Dichiara infatti il regista: “Il 2011 è stato per la Tunisia l’anno della svolta, sia politicamente che socialmente. (…) Per me era importante ambientare la storia in quel preciso momento, perché mi avrebbe permesso di dare al racconto una connotazione storica e un contesto sociale ben definito. Fin dall’inizio, non era nelle mie intenzioni parlare della rivoluzione. Non ho né la preparazione né i mezzi per farlo. Non sono né uno storico né uno studioso di politica. Ciò che mi interessava era mostrare quali sarebbero state le ripercussioni della vita politica su una normale famiglia tunisina. Questa è la ragione per la quale la mia storia prende piede pochi mesi dopo la caduta di Ben Ali e poche settimane prima della disfatta di Gheddafi, ucciso a ottobre. Molte cose stanno cambiando in diverse parti del mondo, volevo che i miei personaggi fossero collocati in questo preciso momento. Allo stesso tempo, volevo che questi fatti rimanessero sotto la superficie.” Il dramma dei genitori è il tema principale del film, ma sullo sfondo è presente la realtà tunisina, raccontata soprattutto attraverso i personaggi che arrivano al Pronto Soccorso dell’Ospedale, notoriamente un luogo dove è possibile vedere lo sfaccettato mondo degli esseri umani, che mostrano il loro vero volto, senza maschere. Il figlio affronta molte questioni irrisolte della società tunisina: il concetto di paternità, il concetto di modernità e della dialettica fra questa e la società tradizionale, il ruolo della donna, la crisi morale provocata dalla guerra in Libia e tante altre tematiche etiche.Ma la capacità del regista, e in questo senso il suo modo di elaborare i contenuti del film sembrano somigliare a quelli del regista iraniano Farhadi, è quella di riuscire a rendere universali le questioni affrontate. Quindi, il film pur presentandosi come un dramma borghese è anche un lavoro politico che pone allo spettatore delle domande che lo obbligano a schierarsi. Barsaoui si è laureato presso l’Higher Institute of Multimedia Arts di Tunisi e si è specializzato in regia cinematografica al DAMS di Bologna. Forse gli studi avvenuti al DAMS hanno avvicinato il regista alle tecniche di ripresa caratteristiche del neorealismo, anche se Barsaoui sembra essere molto influenzato dalle idee di Lars von Trier e del suo movimento Dogma 95. Gli attori vengono ripresi da vicino, utilizzando la tecnica del close-up. Lo stesso regista descrivendo il suo film utilizza il termine “sobrietà”, ed effettivamente Il Figlio cerca di evitare il più possibile gli artifizi cinematografici: un modo di utilizzare la macchina che sia il più semplice possibile, senza retorica, senza carrellate e macchine montate su gru. Anche nelle riprese esterne si evita il più possibile l’estetizzazione, per concentrarsi sui personaggi. In questo senso il regista rinuncia al pathos, decidendo di mettersi al servizio della storia raccontata. Al regista non interessa far vedere i suoi virtuosismi, ma interessa cercare di avvicinarsi il più possibile alla realtà che intende descrivere. Un grande bagno di umiltà che va a merito di Barsaoui.Il film si conclude con un finale aperto, ma, a parere dello scrivente, foriero di cambiamenti positivi. Il dolore affrontato dalla coppia non può che portare i protagonisti ad un ulteriore passaggio di consapevolezza.Il Figlio è film da non perdere, anche se come tutte le opere prime, manifesta delle incertezze e alcuni passaggi risultano prevedibili. Ma Barsaoui mostra un profondo rispetto per la storia che racconta e per i personaggi che attraversano una Tunisia che cerca di cambiare. Francesco Castracane

Lunana - un villaggio alla fine del mondo

          Lunana – un villaggio alla fine del mondo

                                       film di Pawo Choyning Dorji (2022) Sui monti del Bhutan, a circa quattromila metri d’altezza, si trova il villaggio di Lunana. È isolato da tutto e tutti, non conosce la tecnologia oppure i comfort delle grandi città e vive solo di ciò che la natura offre. È qui che Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, film di Pawo Choyning Dorji al suo debutto alla regia e candidato al premio Oscar (poi vinto da Drive My Car), ambienta la sua incredibile e toccante storia di formazione. Una storia di riscoperta, di sé stessi e di ciò che abbiamo intorno ma spesso non vediamo. Lunana è un villaggio davvero piccolo, con solo 56 abitanti. Si può ben capire quindi lo sgomento di Ugyen, Maestro al servizio dello Stato, quando gli viene comunicato che dovrà prestare servizio lì e insegnare nella piccola scuola. Lui, che ha in progetto di lasciare l’insegnamento e trasferirsi in Australia, è molto riluttante. Ma il dovere è dovere, come gli ripete l’anziana nonna. Così, dopo un interminabile viaggio in autobus e sei giorni per i sentieri in salita tra i monti, accompagnato da alcuni del villaggio, raggiunge finalmente la vallata al cui centro si trova Lunana. Ugyen capisce subito di trovarsi in un luogo molto diverso da ciò a cui è abituato. Lasciamo da parte la mancanza di elettricità o di una lavagna nella classe dove dovrà insegnare: gli abitanti di Lunana vivono in un rapporto quasi simbiotico con la natura che li circonda. Sanno leggere le stagioni e allevano gli yak, bovini tibetani che si trovano in quelle regioni. Sono principalmente pastori la cui vita ruota attorno ai pascoli, ma conoscono anche canzoni antiche che parlano di spiriti e amore, e la loro voce risuona nel vento. Sebbene a prima vista possa sembrare un po’ un cliché già visto, Lunana – Il villaggio alla fine del mondo è un approccio molto più tenero e delicato alla storia dell’insegnante che si ritrova in un ambiente insostenibile. Inizialmente Ugyen vorrebbe andarsene, non vede speranza per quel luogo dimenticato da tutti e tutto. Ma, poco a poco, i bambini gli fanno capire che c’è molto più dietro Lunana di quanto non appaia all’occhio. Anche questa è una storia che abbiamo già sentito, ma nel film di Pawo Choyning Dorji viene declinata in un modo così dolce che è difficile resistergli. Il regista è riuscito ad allestire un affresco affascinante e pieno di poesia di una delle regioni più selvagge del Bhutan, incontaminata da turisti, globalizzazione e modernità. A Lunana, Ugyen scopre il piacere di stare con gli altri, di camminare sotto il sole, di cantare saltando a piedi nudi sull’erba. Dimentica persino il suo amato lettore mp3, la cui batteria scarica lo tormentava nei suoi primi giorni. Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, non è solo una storia di incontri che cambiano la vita. Riflette anche su come, a volte, il posto nel mondo che cerchiamo non è quello che immaginavamo. E va bene così.
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                              Non conosci Papicha

Rivelazione del Festival di Cannes 2019, premiato ai César e amato dal pubblico francese, ma bandito per motivi non chiariti in patria, Non conosci Papicha, opera prima di Mounia Meddour ha un grande impatto emotivo, toccando temi dichiaratamente femministi in una vicenda mai didascalica ed estremamente carnale. Le giovani interpreti, tra cui la protagonista Lyna Khoudri (che vedremo in The French Dispatch di Wes Anderson) lasciano il segno con la loro spontaneità e l’uso di tanti registri emotivi che vanno dalla gioia alla disperazione, dalla rabbia alla rassegnazione. Nell’Algeria degli anni ’90, Nedjma (soprannominata Papicha) studia francese all’università – un campus tutto femminile circondato da mura che diventano via via sempre più alte e invalicabili – e sogna di diventare stilista. Le sue creazioni molto all’occidentale vanno a ruba nelle discoteche della zona con giovani clienti felici di valorizzare la propria femminilità. Ma è proprio questa femminilità uno dei bersagli, se non il principale, del fondamentalismo religioso. Le donne devono stare a casa, sottomesse ai mariti o ai padri, e vestire in modo “appropriato”. E’ solo un aspetto del cosiddetto “decennio nero”, il conflitto sorto tra il governo algerino e vari gruppi islamisti armati a partire dal 1991, durante il quale sono state uccise oltre 150.000 persone, con migliaia di esiliati e circa un milione di sfollati. La crisi economica di fine anni ’80, legata al crollo del prezzo del petrolio, radicalizza le posizioni. In prima linea c’è il Fronte Islamico della Salvezza (FIS) che vince le elezioni amministrative nel 1990. Ne consegue un colpo di stato militare che mette il FIS fuori legge: ma dalle sue ceneri nascono il Movimento Islamico Armato (MIA) e il più radicale Gruppo Islamico Armato (GIA). Inizia una stagione di terrore con omicidi, rapimenti e violenze: nel 1997 il GIA arrivò a sterminare interi villaggi (Uomini di Dio di Xavier Beauvois era incentrato ad esempio sull’assassinio dei monaci cristiani di Tibhirine avvenuto nel 1996). Nedjma e le sue amiche, con la loro libertà ed esuberanza, sono vittime designate di questo clima. Assistono alla diffusione dei volantini in cui si sostiene che le donne devono coprire il corpo e il volto, sono oggetto di pesanti aggressioni da parte di gruppi integralisti femminili, in mensa si accorgono che qualcuno mette il bromuro nei loro piatti, spesso devono scegliere tra l’amore e l’indipendenza. Istruita e vivace, ma profondamente legata alla sua terra e alla sua cultura, la giovane fa della sua passione per la moda una bandiera di ribellione, ispirando una collezione di abiti agli haïk, grandi tessuti bianchi di seta e lana con cui tradizionalmente si avvolgono le sue conterranee. La sua sfida tocca nel segno e suscita la violenta opposizione dei fondamentalisti. “Ho studiato in Algeria in un campus molto simile a quello del film e nella stessa epoca – racconta la regista – A metà del cosiddetto decennio nero la mia famiglia ha deciso di lasciare il paese. Mio padre Azzedine Meddour, anche lui regista, aveva ricevuto minacce come altri intellettuali”. E prosegue: “La passione per la moda di Nedjma è il simbolo di questa battaglia contro il fondamentalismo islamico, del desiderio di valorizzare il corpo femminile piuttosto che nasconderlo. E mi affascinava l’idea che per la sfilata finale Nedjma decidesse di disegnare degli haïk, le vesti bianche tradizionali algerine, molto semplici e economiche, che rappresentano alla perfezione un’idea di purezza e eleganza”. Girato in Algeria, il film ha tra i suoi valori il linguaggio parlato, che unisce arabo e francese nella interessante lingua françarabe.

                        

                   Il fantasma dei muri 

Trieste. Un vecchio palazzo, un vecchio appartamento. Pietro (Pierre Richard)
vive là, stancamente, finché la sua quotidianità regolare e solitaria non viene devastata da un’ordinanza di sfratto. L’anziano non vuole andarsene e mette a punto una strategia per continuare a vivere segretamente dentro casa: costruisce un muro in fondo al lungo corridoio dell’appartamento, un vero e proprio nascondiglio verticale dietro cui sparire. Una grata per respirare, una fessura per simulare un lucernaio, qualche buco per studiare le mosse del nemico (il proprietario, i potenziali nuovi inquilini). Il timore di venire scoperto diventa un’ossessione e ogni cosa lo fa sentire minacciato: il sibilo del vento, un’ombra, uno scricchiolio. Poi, un giorno, “il nemico” arriva davvero: è una madre disperata che vuole garantire un tetto alla figlia. Come reagirà Pietro? Che forma prenderà la sua guerra?

Recensione
“L’angelo dei muri è un gioco di immedesimazione tra il pubblico e il protagonista. Con la macchina da presa gli staremo vicino. I suoi occhi diventeranno quelli dello spettatore. A volte lo seguiremo, a volte lo precederemo un po’, ma staremo sempre nel raggio delle sue percezioni, per vivere e provare, accanto a lui, ogni singola emozione, ogni sorpresa. Scopriremo con lui gli spazi che esplorerà, ci inoltreremo, attraverso lunghi piani sequenza, nelle penombre dei corridoi e affronteremo con lui i fantasmi del suo passato. Passo dopo passo, lo spettatore resterà intrappolato in quel fatiscente appartamento, teatro di tutto il film e dell’intera vita di Pietro. Murato insieme a lui in quel rifugio claustrofobico che immaginavo, tanto tempo fa, nelle notti della mia infanzia. Per tutti gli altri miei lavori c’è sempre stata una scintilla, anche piccola e vaga… Questa volta no: il punto d’innesco è nato da un processo più lungo, da una sensazione che mi porto dietro fin da bambino. Passavo molto tempo nella casa dei miei nonni, quelle case di una volta con le stanze grandi e i soffitti alti, e a volte immaginavo di trovare un angolo in cui nascondermi. Un posto segreto e, appunto, magico, in grado di proteggermi dai fantasmi nascosti nella penombra.
L’angelo dei muri ha a che fare con questo: con la fantasia dell’infanzia e la voglia di sognare, scomparendo in luoghi immaginari.”
Ho deciso di iniziare questa recensione con le note di regia scritte da Lorenzo Bianchini, perché effettivamente è quello che è successo quando ho cominciato a vedere questo film. La macchina da presa diviene una soggettiva totale, che guida il pubblico nel mondo chiuso di questa abitazione fatiscente.
Il regista, Lorenzo Bianchini, è nato nel 1968 ad Udine, dove vive e lavora. Quindi ci troviamo di fronte ad un regista, da sempre indipendente, centripeto rispetto ai centri di produzione cinematografica italiana. Comincia a dirigere nel 1997, soprattutto film horror e thriller psicologici. La maggior parte dei suoi lavori sono a basso costo e girati nei dintorni di Udine. Nel 1999 si fa notare con il mediometraggio “I denti della Luna (I Dincj de Lune)”, una storia di licantropia recitata in friulano che vince il primo premio della sezione Fiction della Mostre dal Cine Furlan. Nel 2001 gira il suo primo lungometraggio “Radice quadrata di tre (Lidrîs cuadrade di trê)”, una storia di orrore e
satanismo sempre in lingua friulana. Lentamente, Bianchini diventa regista di culto negli ambienti del cinema horror. Gli aspetti interessanti del suo cinema sono legati all’idea di cinema del primo Pupi Avati (La casa dalle finestre che ridono – 1976), ovvero il concetto che l’horror lo puoi trovare vicino casa. In questo senso il suo cinema può essere classificato come paralovercraftiano (Peter Weir – Picnic ad Hanging Rock e L’ultima onda, ambedue del 1975). Nel cinema italiano l’Horror è
quasi sempre stato classificato come cinema di serie B, mentre invece pone delle domande fondamentali allo spettatore. Davide Navarria e Selena Pastorino sono gli autori di un libro intitolato “Il male quotidiano. Incursioni filosofiche nell’horror – Rogas Editore 2022”, e scrivono: “Siamo convinti che l’horror sia un genere sottovalutato e spesso ridotto, nell’immaginario comune, a un prodotto riservato a chi è in cerca di facili brividi o che gode a coltivare passioni strane e perverse per il macabro, il disgustoso, lo schifoso. E siamo altrettanto convinti che tale lettura sia decisamente fuorviante e non colga nel segno. Certo, c’è horror e horror e anche qui prodotti
mediocri abbondano da sempre, ma giudicare una categoria prendendo a esempio i suoi elementi più scadenti non è operazione intellettualmente onesta. Allora, tornando alla questione cruciale circa l’attrazione che l’orrore è in grado di suscitare in noi, direi anzitutto che l’horror ci piace perché è onesto. La narrazione horror è infatti in grado di metterci brutalmente innanzi a verità dell’esistenza che vorremmo censurare. Che moriamo, per esempio. O che non siamo mai davvero al sicuro. Ci dice che là fuori (e spesso anche “qua dentro”) è pieno di mostri terrificanti. Tale dimensione rivelativa dell’horror non è quasi mai fine a sé stessa, poiché intorno al “buio”, al “non senso”, alla ferita e al trauma che siamo chiamati a osservare (in modo quantomai partecipe), si allestisce sempre, in un horror che si rispetti, la risposta umana all’evento imponderabile. L’orrore è dunque una scena privilegiata all’interno della quale può giocarsi il destino dell’eroe. E dunque si configura come palestra d’esistenza e ricettacolo di questioni fondamentali, che la situazione estrema narrata sollecita ed evidenzia. Tutto si fa più chiaro, più essenziale, più minimale e dunque più umanamente denso e interessante quando sei costretto a fare i conti con ciò che per te in fondo vale, se tutto questo accade mentre uno zombie cerca di mangiarti il cervello, o i fantasmi del tuo passato continuano a sussurrarti ciò che non vorresti in alcun modo rievocare. L’horror ci offre l’occasione di confrontarci con il male. Ci racconta che esso ha tantissimi volti, tutti terribili. Eppure, paradossalmente, l’horror apre alla speranza ed è meno pessimista di quel che sembri. Perché ci
dice anche che, sebbene il male sia, come già detto, terribile, può tuttavia essere affrontato: esiste anche il bene, e ci sono i buoni. Ci dice che c’è del marcio e contestualmente che non è tutto marcio. Che c’è del corruttibile ma che non tutto è corrotto. È possibile resistere. L’horror dice dell’orrore del reale, come è evidente. Ma dice anche che la realtà può essere dolce e piena di grazia e bellezza. Si sa che Eros e Thanatos vanno a braccetto. L’orrore, parlando del male, illumina squarci di bene. Straziando le carni, lenisce il dolore. Evoca demoni ma anche li placa. Altro che
semplice passatempo per appassionati!” Questo film che vedrete, il suo sesto lungometraggio, è il primo dove il regista ha potuto lavorare con un buon budget che gli ha permesso di chiamare un grande direttore della fotografia, un bravissimo attore comico francese, che qui ha quasi totalmente annullato le parole, recitando invece
con il volto e con il corpo. Inoltre questo lavoro ha una colonna sonora minimalista molto interessante.
L’ultima questione riguarda invece il genere di riferimento: in realtà non lo si può definire un horror classico, ma più un thriller psicologico, con qualche incursione nella ghost story e nel film sociale, ma che utilizza invece la struttura esteriore dell’horror gotico.Insomma, tutta questa recensione ha lo scopo di non rivelarvi il finale, totalmente inaspettato e che ha dato un senso completamente diverso a questo interessante film. La tentazione è stata molto forte, ma vi dirò solamente che, come al solito, l’assassino è il maggiordomo.

                         

                   Il muto di Gallura

Tra il 1850 e il 1856, il territorio di Aggius, in Gallura, territorio attualmente compreso nella provincia di Sassari, fu sconvolto da una tremenda faida familiare. Ne scrisse, appunto nel libro omonimo, lo scrittore e giornalista sardo Enrico Costa, che pubblicò il volume nel 1884, concentrandosi sulla storia di Sebastiano (Bastiano) Tansu, muto dalla nascita che fu coinvolto nella faida che provocò 70 morti. Matteo Fresi ha realizzato un film molto interessante, che mostra grande cura alla ricostruzione del contesto storico, filologicamente coerente con il periodo. Alcune sequenze hanno una stretta parentela con il documentario antropologico, che illustra le credenze magiche e gli usi e costumi del periodo. Il Muto di Gallura inizia con un rito magico, che dovrebbe permettere al maligno di abbandonare il corpo del bambino e permettergli di cominciare a parlare. Una sequenza molto affascinante ed esplicativa del pensiero magico, una delle strutture portanti della cultura contadina. Altrettanto interessante dal punto di vista antropologico è la sequenza dove una famiglia si reca a rendere omaggio al capofamiglia per chiedere la mano della figlia. Tale incontro avviene seguendo tutta una serie di rituali e di termini metaforici che danno il senso di una cultura millenaria strutturatasi nel tempo. Anche la scelta di utilizzare il sardo (anche se il gallurese deriva più dal corso), ampiamente sottotitolato, contribuisce a rendere il senso del contesto sociale all’interno del quale si sviluppa questa faida familiare. Si ha la sensazione di fare parte della cultura e del territorio, tra l’altro fotografato molto bene. Bastiano (Andrea Arcangeli) è tendenzialmente un emarginato che trova il proprio posto all’interno della propria cultura grazie alla propria mira. Di fatto diventa uno strumento inconsapevole di morte, ma è solamente grazie a questa sua “risorsa” che trova un posto nella propria realtà.Il Muto di Gallura mostra in alcuni momenti delle suggestioni western, sottolineate dalla colonna sonora, che suggeriscono questa appartenenza. Matteo Fresi ci mostra una Sardegna terrigna, dove la natura è prepotentemente presente e forgia anche le facce e i corpi dei protagonisti. In questo senso il regista mostra una capacità di identificare volti e fisici in contrasto con le immagini ripulite e leccate del contemporaneo. In contrasto con quanto scritto prima, la sequenza di amore fra Bastiano e Gavina (Syama Rayner) sembra essere la più debole del film, ponendo il tutto in una specie di limbo onirico e mostrando delle imprecisioni filologiche. Ma tutto sommato il film di Stefano Fresi è un bel film, di buona fattura. Ben realizzato con movimenti di macchina fluidi e eleganti ma che mantengono una specie di distacco dal contesto rappresentato. Da citare la fotografia di Gherardo Gossi e una colonna sonora strepitosa curata da Paolo Baldini Dubfiles che con la collaborazione di Alfredo Puglia e Filippo Buresta, contamina il Dub con la musica tradizionale sarda e alcune incursioni nel country. Sempre per rimanere nell’ambito della correttezza filologica de Il Muto di Gallura, una notazione particolare meritano anche lo scenografo Alessandro Vannucci e l’eccellente lavoro della costumista Monica Simeone, che ha saputo raccontare attraverso i vestiti la Sardegna contadina della meta’ dell’Ottocento.