Le recensioni di Francesco

La nostra storia

Hector Abad Faciolince è uno scrittore colombiano, nato a Medellin. Ha tradotto in spagnolo molti autori italiani: Eco, Bufalino, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Calvino. Ha vissuto 10 anni in Italia, ma soprattutto è l’autore di un libro: “El olvido que seremos” (L’oblio che saremo), nel quale racconta la storia del padre, Héctor Abad Gómez, medico, professore dell’Università e presidente del Comitato per i Diritti Umani, assassinato a Medellin il 25 agosto 1987.
La nostra storia è un riuscito adattamento del libro, trasportando lo spettatore nella Colombia degli anni ’70 e ’80, intrisa di violenza e di povertà. Il film si apre sulla Torino degli anni ’80, dove lo scrittore studiava lettere e dove si è poi laureato. Il lavoro espone la storia di Hector Abad Gomez attraverso dei salti temporali che vanno dal 1971 fino ad arrivare al 1987. È come se una navetta ci portasse avanti e indietro nella storia della Colombia, vista dal particolare occhio di un bambino. Sguardo attento a quanto succede in famiglia, ma che invece guarda al mondo esterno con la inconsapevolezza dei piccoli, mediato dalla figura del padre che lo porta a vedere le incongruenze del reale.

 

 

Piuttosto interessante l’uso del colore, utilizzato per raccontare il passato, mentre per i periodi più recenti viene utilizzato il bianco e nero. In questo senso il film rappresenta una innovazione dal punto di vista del linguaggio cinematografico. Normalmente il passato viene raccontato in bianco e nero e il presente a colori.
Questa inversione degli stilemi estetici rappresenta un viaggio metaforico nel ricordo e nella sua esposizione. Il passato vissuto da un bambino è mitologico e pieno di colori e così viene rappresentato, ma poi il passare del tempo e la scoperta della brutalità della realtà, toglie lentamente i colori ai ricordi e rimane solamente il bianco e nero. La società colombiana degli anni ’70 è un paese dove ancora sembra allignare la speranza e la voglia di intervenire sul presente, ma poi la violenza e la sopraffazione annacquano sempre più le vaste gamme dell’iride per addomesticarle all’ineluttabilità del reale.

Alcuni hanno ritenuto il film troppo agiografico, una rappresentazione troppo perfetta di una persona che pare essere programmaticamente buona e non avere alcun difetto. Ma anche qui si dimentica quale sia il punto di vista attraverso il quale viene raccontata la storia: quello del bambino prima e del figlio dopo, che ha una immagine eroica del padre, immune da difetti. Anche la famiglia nella quale si muovono i protagonisti è una famiglia priva di conflitti, dove le quattro figlie del medico crescono in un clima liberale, molto diverso da quello che incombe sulla società. Una famiglia dove l’affetto reciproco si respira. Anche qui non bisogna farsi ingannare da ciò che sembra essere idilliaco, ma è la rappresentazione dei ricordi del narratore, che minimizza magari i momenti difficili, per enfatizzare quelli che ricorda come i giorni felici.
Il libro dal quale è tratto La nostra storia cerca di sottrarre dall’oblio la vita del padre, così come per molte persone che hanno perso la vita per difendere dei principi. In questo senso il film ha lo scopo di segnare la differenza fra memoria e rimpianto. Nel postmoderno esiste il rimpianto per il tempo che fu, ma non si coltiva il ricordo. E difendendo il ricordo ci si vuole opporre all’idea che la realtà sia sempre stata quella che è oggi. L’autore del libro Hector Abad Faciolince e il regista del film, Fernando Trueba intendono far sapere che la Colombia in passato ha tentato di rialzarsi dalla sua povertà, grazie a tante persone che hanno cercato strade diverse. Per quanto riguarda chi scrive, questo film ha rappresentato il tentativo di costruire una narrazione diversa di quel paese, che conosciamo soprattutto tramite dei luoghi comuni. È vero, forse è un po’ ingenuo, forse è troppo agiografico, magari è un po’ schematico, ma è un film che racconta le viscere di un paese, ne racconta il sangue e il sudore, cercando di mostrare la parte migliore del popolo che lo vive.

La profezia dell'armadillo

La profezia dell’armadillo (il fumetto)  esce nel 2011 e in pochissimo tempo riscuote grande successo tanto che viene ristampato cinque volte. Il perché è semplicissimo: si ride subito moltissimo ma tutto inizia con la Morte, quella di Camille, primo amore di Zero. Capiamo presto che siamo di fronte a dei contenuti complessi e non ad una superficie piatta di bei disegni. Un immaginario nuovo, diversi piani di lettura  che si accavallano elegantemente uno sopra l’altro mentre ridiamo e ci liberiamo. Sul piano del linguaggio Zerocalcare è abilissimo e guai a lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità di quello figurativo: i disegni non sono arzigogolati ma comunque incredibilmente carichi di espressività, frutti della mente di un fumettista che mette su carta un mondo pieno di bizzarri personaggi. C’è l’Armadillo, amico immaginario del ragazzo, ci sono i centri sociali, la periferia, la casa disordinata, i plum cake. C’è il migliore amico Secco, giocatore seriale di poker online, l’amico sessuomane Cinghiale, la madre di Zero che ha le fattezze di Lady Cocca, celebre dama di compagnia della Lady Marian Disney. C’è Blanka, ragazzino a cui Zero fa ripetizioni, di cui si sente mentore e presuntuoso salvatore. Bisogna guardare I Cavalieri dello Zodiaco e non Yu-Gi-Oh, L’odio e non Romanzo Criminale. Quelli erano tempi, non questi…Quella di Zero è una generazione nostalgica e quindi inevitabilmente un po’ immobile, poco dinamica, facile all’imbrutimento. Lo sfondo è Roma, città statica per eccellenza, museo formicolante. E a Rebibbia, dove il fumettista è cresciuto è nascosto, ancora una volta cristallizzato, giace lo scheletro di un Mammuthus.

C’è molto nel fumetto di Zero Calcare, e fra tutti La profezia dell’armadillo è sicuramente uno dei migliori, per l’accordo della storia principale, la morte di Camille, con le vignette della quotidianità. Scaringi riesce nell’impresa di trasporre cinematograficamente i due piani del fumetto, aiutato da Simone Liberati nei panni di Zero Calcare, dal bravo Pietro Castellitto in quelli di Secco, e da un bellissimo Armadillo, debitore dell’interpretazione di Valerio Aprea. Ma il vero merito di Scaringi, è quello di non tradire le sfumature di questo fumetto complesso. Il vero rischio non era perdere qualche personaggio o di non ritrovare la vignetta amata.  Era quello di perdere l’intento profondo, la voce dell’artista, l’aria che si respira fra le sue pagine, un’aria malinconica ma potente e mai volta all’autocommiserazione. Sì, forse il film di Scaringi, al contrario dell’opera da cui è tratto, soffre di un’oggettiva mancanza di forza, di un’incapacità di imprimersi nel tempo che verrà. Ma c’è lo spirito e un pezzo del cuore de La profezia. E Scaringi ci piace anche solo per non aver tralasciato un evento fondamentale nel fumetto: Genova e il G8, costante che ritorna sempre nell’opera del fumettista. La Genova dove Zero e Secco vengono picchiati dalla forestale, dove è morto un ragazzo segnando un vero e proprio punto di non ritorno. Senza dimenticare una gustosa e ironica presenza di Adriano Panatta nella parte di sé stesso.